Cinzia Pinna, 33 anni, ormai per sempre.
Come mai sappiamo così poco su di lei e così tanto sul suo omicida? Come mai conosciamo le sue grandi abilità di imprenditore?
In prima pagina fanno capolino i prezzi stellari delle sue bottiglie di vino. Forse perché nessuno si sarebbe mai aspettato di conoscerlo come un uomo di successo e per bene che, per qualche tipo di cedimento psicologico, ha deciso porre fine alla vita di una persona, di una donna Vediamo quindi i titoli ribadire che “il suo vino era il più caro d’Italia“, ma questo, precisamente, cosa vuole significare?
Questi titoli sono all’ordine del giorno, pare quasi che per ogni femminicidio ci sia uno schema ben chiaro da seguire: nome dell’assassino, professione e/ o qualità positive del diretto interessato e infine nome della vittima, che forse, a questo punto, tanto vittima non sembra tutto ciò che viene lasciato nella descrizione della donna ammazzata riguarda le sue azioni, puntualmente criticate: l’ultimo appuntamento, un tradimento, una bugia; tutto per dire che in qualche modo “se l’è cercata“, che ha provocato l’assassino o lasciar intendere che “tutto si poteva prevedere, i segnali c’erano“.
Torniamo però al carnefice: ciò che puntualmente viene fatto notare di lui è che tutto sia stato fatto in nome di “un raptus“, “una follia” si va dicendo.
Siamo sicuri che tutte queste azioni siano frutto della pazzia?
Forse, e dico forse, tutta questa instabilità mentale, questa pazzia, questi raptus, non derivano da un’incapacità di affrontare il rifiuto?
Da una impossibilità di accettare un tradimento? Semplicemente dal non saper comprendere un NO, perché convinti di possedere?
Sì, non c’è altra risposta, ed è proprio per questo che mi chiedo perché prevale ancora una narrazione tossica e distorta dei femminicidi che vengono compiuti. Perché ancora facciamo fatica a capire che se una donna viene ammazzata, non importa a nessuno se il suo carnefice era una brava persona, un ragazzo timido, l’imprenditore più ricco del mondo o il produttore di vino più costoso d’Italia. Non ci interessa. Questo accade perché chi scrive in questo modo è vittima a sua volta di un sistema patriarcale che filtra la notizia e cerca di individuare per prime tutte quelle caratteristiche che rendono la donna meno vittima di quello che in realtà è.
Cinzia Pinna è solo una delle tante che non ha ricevuto la giusta narrazione degli eventi, si tratta di un problema che esiste e persiste da tempo, persino nei casi maggiormente mediatici, per esempio quello di Giulia Cecchettin, dove i giornali descrivevano Filippo Turetta come un ragazzo timido e non violento. Chissà come mai nel momento in cui Giulia decide di interrompere la relazione, lui si “trasforma”.
Arriverà un giorno in cui smetteranno di sottolineare fino alla fine i lati positivi di un uomo che ha commesso un’atrocità tale, e inizieranno a dare voce alla vittima, la vera vittima, che per colpa di un “grande e buon uomo” non può parlare per se stessa.
Ricordiamoci che in un femminicidio la vittima è solo una e non è sicuramente l’uomo. Iniziamo a spezzare la voce a chi la spezza a sua volta
(articolo a cura di Francesca Folli)
